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«Non ho mai paura, ma ho rispetto per quello che faccio»

Laura Rings è una cardiochirurga all'ospedale Triemli di Zurigo. Come donna, è un'eccezione nel suo campo. Nell'intervista, la giovane assistente ci racconta perché è affascinata dal cuore e come affronta le situazioni difficili dentro e fuori dalla sala operatoria.

Dr.ssa Rings, qual è stata la sua ultima operazione?
Dr.ssa Laura Rings: Ho assistito il primario in un reintervento per la sostituzione di una valvola aortica biologica. Poi, insieme a un chirurgo toracico, ho dovuto asportare un emotorace, cioè un vecchio ematoma vicino al polmone.

Sono procedure di routine?
Queste sono un po' particolari. Soprattutto per un reintervento, bisogna prepararsi bene e discuterne di nuovo in gruppo nei particolari. Si lavora in una zona che è già stata operata e ha delle cicatrici.

Dr. med. Laura Rings
«Non sempre sono percepita come medico», dice Laura Rings.

Avete sostituito una valvola cardiaca impiantata con una nuova. Quando è necessario?
Ci possono essere diverse ragioni. In questo caso, si trattava di una valvola cardiaca biologica che doveva essere sostituita perché aveva superato il suo periodo di funzionamento. Nel team abbiamo discusso se valeva la pena di inserire una valvola tramite catetere, oppure se il paziente potesse essere operato di nuovo.

Quanto tempo è durata l'operazione?
Poco meno di tre ore. È un'operazione piuttosto breve per noi. In media, operiamo per quattro ore. In caso di emergenza o se qualcosa non va secondo il programma, si può stare in sala operatoria per otto ore, molto raramente anche di più.

Come descriverebbe la sua routine quotidiana in ospedale?
La mia giornata qui inizia alle sette. Mi faccio un'idea della situazione e vedo dove sono assegnata, in reparto o in sala operatoria. Alle sette e mezza abbiamo la nostra prima riunione di gruppo e poi cominciamo. La maggior parte del tempo sono in sala operatoria. Eseguo da sola operazioni minori, come l'inserimento di pacemaker, e parti di interventi nell’ambito di operazioni maggiori. Dopo la consultazione pomeridiana andiamo nel reparto di terapia intensiva e alla fine della giornata parlo con i pazienti che saranno operati il giorno dopo. Poi si va a casa.

Su cosa opera più spesso?
In primo luogo gli interventi di bypass, poi soprattutto le valvole cardiache.

Come ci si prepara a un'operazione più lunga?
Definiamo la struttura dell'operazione nel team chirurgico. Facciamo un piano preciso in modo da aver già visualizzato tutto nella nostra testa. Come assistente, mi preparo di nuovo personalmente, considero il quadro clinico, immagino ciò che potrebbe succedere e le possibili vie d'uscita. Sono importanti anche dormire e mangiare bene.

Lei è tesa prima di una simile operazione?
Non ho mai paura, ma ho rispetto per quello che faccio. Quando mi lavo e mi disinfetto prima dell'intervento, quello è il mio momento: sono i minuti in cui ripasso tutto, in cui mi tranquillizzo. Dopo, entro in sala operatoria con una sensazione di sicurezza.

Come si fa a mantenere nervi saldi quando durante l'operazione le cose si complicano?
Bisogna mantenere la calma e continuare a respirare. Solo così il cervello riceve ossigeno a sufficienza. Quando si smette di respirare, si smette di pensare.

Si ottiene la pace della mente o è un processo di apprendimento?
Va assolutamente imparato. Questo è il motivo per cui, quando si inizia a operare, non si è buttati allo sbaraglio. Ho osservato molto e ho visto come i medici dirigenti o i primari affrontano queste situazioni.

Ci sono anche momenti che la opprimono emotivamente?
Quando qualcosa non va bene, sono naturalmente preoccupata. In seguito, discutere di nuovo un caso critico mi aiuta, anche in modo interdisciplinare, per vedere cosa si sarebbe potuto fare diversamente.

Cosa è particolarmente stressante?
Le situazioni in cui il paziente è già molto malato e sa che si tratta di un'operazione ad alto rischio, con il 50% di possibilità, e poi non ce la fa. Sento un enorme rammarico. Fortunatamente, si tratta di situazioni molto rare.

Pensa diversamente alla vita e alla morte da quando è diventata cardiochirurga?
Siamo molto più vicini alla morte nella nostra professione, perché se qualcosa non va bene ciò significa complicazioni serie. Perciò apprezzo la mia salute e quella delle persone che mi circondano più di quanto non facessi prima.

Ricorda il suo primo intervento al cuore? Com'è stato?
Eccitante! Finché si assiste soltanto, si sta sul lato sinistro del paziente. All'improvviso mi sono trovata sul lato destro. È stata una bella sensazione.

Che cosa ha dovuto fare?
Ho suturato un bypass. Durante l'intervento, mi sono concentrata completamente sulla sutura e sulla spaziatura dei punti. In seguito, quando abbiamo misurato il flusso di sangue nel bypass per il controllo di qualità e ho sentito il suono del flusso sanguigno, ero molto sollevata. Il bypass funzionava bene.

In cosa bisogna essere particolarmente bravi come cardiochirurghi?
Mantenere la calma, concentrarsi e avere resistenza, perché non si sa mai quanto tempo durerà la procedura. E la struttura. Bisogna essere incredibilmente strutturati.

Che cosa significa?
Avere già pianificato l'intervento nella propria testa. So farlo alla perfezione: faccio il passo A, poi il passo B, poi il passo C. Se il passo C non funziona come voglio, ho bisogno del passo C1 o C2 per poter tornare al passo D. Posso affidarmi a questa struttura. Mi dà anche tranquillità perché mi sono preparata per le eventualità.

Cosa l'ha spinta a diventare cardiochirurga?
Mi sono orientata alla chirurgia già durante gli studi di medicina perché devo fare qualcosa con le mani. Poi, quando ho visto un cuore che batteva, ho capito che quella era la mia strada. Ogni volta che vedo un cuore che batte, mi affascina di nuovo. Quanta forza ha quest'organo. È qualcosa di molto, molto speciale.

La cardiochirurgia è ancora un campo dominato da uomini. C'è una spiegazione?
In chirurgia bisogna avere molta presenza e anche resistenza fisica. In cardiochirurgia, bisogna anche avere forza perché si lavora sul torace. Ecco perché probabilmente non ci sono molte donne in questo campo.

Si rende conto di essere un'eccezione come cardiochirurga?
Sì, decisamente. Spesso i pazienti mi chiedono: «L'ha già fatto?» oppure: «È in grado di farlo?». Una volta un paziente mi ha detto che voleva essere operato da un uomo.

E tra i suoi colleghi?
Il mio primario mi sostiene pienamente. Qui sono completamente alla pari, devo avere le stesse prestazioni, ma sono anche ricompensata allo stesso modo. È diverso nei corsi di formazione esterni e nei congressi. Lì devo lottare per essere percepita come medico. In tutto il mondo, più del 95% dei cardiochirurghi sono uomini. A prima vista non sono percepita come membro di questo gruppo.

Come affronta tutto questo?
Attraverso il mio lavoro e la mia esperienza, ho il dono di rimanere calma. Al momento, non posso comunque cambiare molto. Ma il mio obiettivo è quello di continuare, di fare bene e di essere un sostegno per le altre donne.

Oggi, sempre più procedure cardiache possono essere eseguite in modo mini-invasivo, cioè non richiedono un intervento chirurgico. Cosa significa ciò per il suo futuro come cardiochirurga?
In passato, tutte le nostre operazioni richiedevano l'apertura del torace. Questo è l'approccio che si impara prima in cardiochirurgia. La mia formazione comprende già i nuovi approcci di alta specializzazione, le incisioni sottili e gli strumenti necessari. Vedo positivamente tutto ciò. Gli interventi sono più brevi, possiamo trattare più pazienti che successivamente si riprendono meglio.

Quindi il suo futuro sarà caratterizzato più dalla cardiologia interventistica?
La cardiochirurgia in quanto tale non si estinguerà. Ma le decisioni saranno probabilmente prese sempre più spesso insieme ai cardiologi. Anche questo mi sembra qualcosa di molto positivo.

Intervista, novembre 2021


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